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RADON & AMBIENTE.
Il punto sul radon in Italia
L’esposizione al radon è unanimemente riconosciuta come una delle principali
cause di tumore polmonare dopo il fumo di tabacco. Ma a tutt’oggi permangono
incertezze sulle stime quantitative del rischio. Quali passi sono stati
compiuti in Italia per conoscere e combattere questo noto fattore di
rischio?
In attesa di una legge che indichi quando e come intervenire per ridurre
l’esposizione al radon su tutto il territorio nazionale, la Regione Veneto,
con una delibera di giunta datata 18 gennaio 2002, si è impegnata a
promuovere interventi preventivi con un orientamento di maggiore cautela
rispetto alle legislazioni di altri paesi europei. E’ il primo passo di
un’azione di lunga durata che dovrà coinvolgere tutta la popolazione nella
lotta contro un cancerogeno ancora sconosciuto ai più.
Il radon è pericoloso
Il radon e i suoi prodotti di decadimento (polonio 218, piombo 214 eccetera)
rappresentano di gran lunga la principale sorgente di radioattività
naturale. L’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro ha classificato
questi radionuclidi tra le sostanze cancerogene di gruppo 1. E le indagini
finora condotte stimano che il rischio individuale sull’intera vita di
essere colpiti da neoplasia polmonare dovuta all’esposizione continua a 100
Bq/m3 sia dell’ordine dell’1 per cento. Allo stato attuale delle conoscenze,
non esiste una soglia di sicurezza sotto la quale l’esposizione non comporti
danni alla salute. E, come se non bastasse, è dimostrato che l’interazione
radon-fumo produce un effetto moltiplicativo del rischio.
Quanto radon c’è in Italia?
L’esposizione della popolazione italiana a questo cancerogeno è stata
valutata da un’ampia e accurata indagine nazionale svolta negli anni 1989-96
su un campione di 5.000 abitazioni. Lo studio, effettuato dall’Istituto
superiore di sanità e dall’ANPA, in collaborazione con le Regioni, ha
permesso di stimare che nell’1% delle case italiane (circa 200.000) vi è una
concentrazione di radon superiore ai 400 Bq e nel 4% delle abitazioni (circa
800.000) si superano i 200 Bq.
Il valore medio sul territorio nazionale è risultato di 70-75 Bq/m3, cui
corrisponde, secondo una stima preliminare, un rischio individuale
sull’intera vita dell’ordine dello 0,5%. A questo primo grande sforzo
conoscitivo è seguita una serie di indagini regionali. Nella prima metà
degli anni novanta sei regioni italiane (Friuli VG, Trentino, Alto Adige,
Emilia, Toscana, Sardegna – e in seguito anche l’Abruzzo) hanno avviato
indagini in scuole materne ed elementari. I dati raccolti hanno mostrato che
anche in questa tipologia di edifici si riscontrano livelli equivalenti o
superiori a quelli delle abitazioni.
Sulla base di questi risultati, è stato stimato che il 5-15% dei circa
30.000 tumori polmonari che si verificano ogni anno in Italia sono
attribuibili al radon. Ulteriori mappature a maggior potere di risoluzione
sono state svolte nelle province di Bolzano e di Trento, nella Toscana
meridionale e, come si dirà più avanti, nella parte centro-settentrionale
del Veneto.
La normativa
Le norme in materia di radon si distinguono in provvedimenti finalizzati
alla riduzione del rischio nei luoghi di lavoro e in provvedimenti diretti a
ottenere lo stesso risultato nelle abitazioni. Nel primo caso la norma di
riferimento è la Direttiva europea sulla radioprotezione dei lavoratori
(dir. 96/29 Euratom), che a differenza delle precedenti, contiene un
esplicito riferimento all’esposizione al radon. L’Italia ha recepito questa
norma nel maggio 2000 con un decreto (DLgs. n. 241) che stabilisce una
soglia di 500 Bq/m3. Il decreto prevedeva anche la misurazione delle
concentrazioni di radon in tutti luoghi di lavoro sotterranei. Misurazioni
che dovrebbero essere effettuate nei prossimi 24 mesi. Ma da chi e con quali
modalità? Difficile rispondere. Il provvedimento contemplava, infatti,
l’istituzione (entro il marzo 2001) di una Commissione deputata a risolvere
tutte le questioni operative relative all’attuazione della norma, ma dopo la
nomina dei commissari tutto si è bloccato. Col risultato che tra poco
scatterà per i datori di lavoro l’obbligo di misurazione, ma nessuno sa
esattamente cosa si deve fare. Non solo. Compito della Commissione era anche
quello di valutare i criteri per la rilevazione del rischio nei luoghi di
lavoro non sotterranei. Criteri e priorità che avrebbero dovuto guidare la
mappatura delle esposizioni lavorative affidata alle regioni e dare
indicazioni sulle bonifiche. Su questo versante, quindi, non si può fare
altro che rimanere in attesa di ulteriori sviluppi.
Sul fronte dell’inquinamento delle abitazioni, invece, non esiste al momento
una normativa specifica. L’unico riferimento possibile è una Raccomandazione
europea risalente al 1990 (CEC 90/143) il cui contenuto è piuttosto fluido.
Tanto che i paesi della UE che hanno deliberato in materia hanno finito per
produrre norme diverse, che impongono o raccomandano valori di riferimento
che oscillano tra i 200 e gli 1000 Bq/m3. Il criterio che sembra accomunare
tutti questi tentativi europei è l’approccio graduale, basato sulla
fattibilità, che individua obiettivi raggiungibili e da lì parte per
conseguire livelli di protezione maggiore. In Italia si è cominciato a
parlare operativamente della necessità di ridurre l’esposizione al radon nel
Piano sanitario nazionale 1998-2000. La Commissione Indoor, istituita nel
1998 dal Ministero della sanità col compito di stilare linee guida sulla
qualità dell’aria negli ambienti confinati, sta lavorando per mettere a
punto un Piano nazionale radon. Il Piano, che vedrà la luce in tempi brevi,
conterrà tutti gli elementi per avviare l’iter necessario a produrre una
normativa nazionale.
Il Veneto
E mentre a livello nazionale si procede in questa direzione, il Veneto ha
deciso di scendere in campo. Secondo la precedente indagine nazionale, il
livello medio del radon in questa regione è di 59 Bq/m3, inferiore quindi al
valore medio nazionale (70-75 Bq/m3), e a quello rilevato in altre regioni,
come il Friuli Venezia Giulia (96 Bq/m3) o la Lombardia (117 Bq/m3). Il
Centro regionale radioattività (CRR) di Verona in collaborazione con i
Dipartimenti provinciali dell’ARPAV, ha condotto un’indagine , conclusasi
nel 2000, basata su misurazioni effettuate per un intero anno solare in
1.230 abitazioni. Grazie a questi dati, è stato possibile costruire vere e
proprie mappe, che riportano il numero di case che, nelle diverse zone,
presentano le concentrazioni più elevate di radon. I valori più alti sono
stati registrati nelle aree settentrionali delle province di Belluno e di
Vicenza. Sono state considerate zone particolarmente a rischio quelle per
cui, in almeno il 10 per cento delle abitazioni, la concentrazione misurata
è risultata superiore a 200 Bq/m3. Per far fronte alla presenza del radon
sul proprio territorio la Regione Veneto ha varato un vero e proprio piano
di azioni che prevede il continuo aggiornamento dei dati, una campagna di
misura nelle scuole presenti nei territori più a rischio, la selezione delle
aziende idonee a svolgere attività di misura nelle abitazioni, il sostegno
alla sperimentazione delle azioni di rimedio e un’accurata campagna di
informazione al pubblico che prevede, tra l’altro, l’istituzione di un
numero verde per rispondere in modo chiaro e concreto agli interrogativi dei
cittadini. A coronamento di questo impegno, l’amministrazione regionale ha
votato una delibera che fissa il limite di 200 Bequerel per metro cubo come
valore oltre il quale si consiglia di intraprendere azioni di rimedio (prima
di tutto smettere di fumare, ventilare gli ambienti, bonificare gli
edifici).
Gli studi in corso
L’Italia sta compiendo dei passi avanti nella lotta al radon non solo dal
punto di vista legislativo. Anche la ricerca procede spedita. Specialmente
quella epidemiologica. L’Istituto superiore di sanità (Laboratorio di
fisica) è coinvolto in un grande progetto europeo coordinato dal National
Radiological Protection Board (UK) che si svilupperà nel periodo 2000-04. Il
progetto prevede la creazione di un grande dataset europeo per la
valutazione dell’associazione tra rischio di cancro polmonare ed esposizione
residenziale a radon. Si validerà una tecnica innovativa messa a punto per
stimare le concentrazioni medie di radon presenti nel passato nelle case dei
singoli soggetti (si misurerà la disintegrazione del polonio 210, un
prodotto di decadimento del radon, all’interno di un vetro o di uno specchio
che ha seguito il soggetto nel corso della vita). Sono in programma studi
basati su tale tecnica. Infine, si perseguirà l’obiettivo di combinare i
dati europei con quelli raccolti negli Stati Uniti e si eseguirà un’analisi
congiunta.
Federico Cappello
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